Archivi categoria: Vita nella Cervelletta

Parco della Cervelletta, nostro polmone verde

Le temperature di questa estate 2024 parlano di picchi di 38°- 40°C a Roma, con le maggiori città italiane da bollino rosso.
È noto che i fenomeni di surriscaldamento urbano determinano un vero e proprio microclima distinto nelle città, con temperature più elevate nelle aree edificate rispetto alle zone rurali circostanti.
Le alte temperature favoriscono la formazione di inquinanti atmosferici peggiorando la qualità dell’aria e aumentando i casi di malattie respiratorie; così come un maggior consumo energetico per il raffrescamento degli spazi interni contribuisce a una maggiore emissione di gas serra, gravando quindi sul cambiamento climatico.
Le elevate temperature e la cattiva qualità dell’aria possono ridurre la vivibilità delle città, influenzando negativamente la qualità della vita dei residenti, colpendo in particolare le fasce d’età più vulnerabili come anziani e bambini.

La consapevolezza di quanto sia importante la salvaguardia delle aree verdi in città per ridurre le temperature urbane e renderle più vivibili, non sempre trova un riscontro responsabile.

Di recente, proprio nel Parco della Cervelletta, abbiamo registrato atti di vandalismo che hanno danneggiato la passerella che dal quartiere di Colli Aniene si inoltra nel bosco e consente di raggiungere il Casale storico, di godere un po’ di frescura, di passeggiare all’ombra degli alberi e, ai cinefili, di seguire spettacoli all’aperto organizzati, nel periodo estivo, dal Cinema America.
Ciò che ci preme evidenziare è la mancanza di rispetto per un bene pubblico che appartiene a TUTTI. Chi danneggia il parco dovrebbe riflettere sul valore che esso rappresenta per la salvaguardia della salute, oltre all’aspetto sociale, culturale e storico.
Questo nostro parco vuole essere amato perché ci offre un beneficio enorme come polmone verde in un’area urbana ed è prezioso per la sua biodiversità. Chi lo cura e lo valorizza andrebbe ringraziato, chi lo distrugge in vari modi fa male agli altri ma anche a sé stesso.
Il verde che ci circonda invita alla condivisione, alla comprensione del bene comune, come alberi che compongono un bosco le cui radici sono strettamente connesse e i cui rami sono casa per molte specie viventi.

Abbiamo il dovere della cura e della salvaguardia: il ringraziamento minimo per il dono che ci è dato.

Cicuta, se la conosci la eviti

Tra le tante specie di piante che possiamo osservare nel Parco Naturale della Cervelletta, troviamo anche quelle che richiedono particolare attenzione e prudenza dovuta alla loro tossicità. Una di queste è la cicuta. Esistono tre specie di questa pianta, genere delle ombrellifere e tutte e tre velenose: la cicuta maggiore, la cicuta minore e quella acquatica.
La cicuta è una pianta erbacea originaria dell’Europa, appartenente alla famiglia delle Apiacee, a ciclo biennale, cresce ai margini dei sentieri, in ambienti umidi e ombrosi, presso vecchi ruderi.
La cicuta maggiore (Conium maculatum, dal greco konion che significa uccidere) è la più comune, passata alla storia per essere stata la bevanda mortale di Socrate. Questa pianta si confonde facilmente con la carota selvatica ma si riconoscere dal forte odore di urina di topo.
I fiori sono bianchi, raccolti in ombrelle; le foglie superiori simili a quelle del prezzemolo, sono piccole e tripennatosette (in quanto i lobi sono suddivisi tre volte), mentre quelle inferiori sono grandi e irregolarmente frastagliate. La radice è bianca e sottile e il fusto alto 2 metri, è leggermente scannellato e cavo, cosparso sulla superficie di macchie rosso violacee.

L’intera pianta della cicuta maggiore è velenosa e l’alcaloide più tossico, è la “coniina”, quello appunto, che provocò la morte al filosofo Socrate nel 399 a.C., contenuto nei frutti ovoidali, che hanno un sapore amaro e nauseabondo.
In medicina, se usata in dosi terapeutiche, possiede proprietà antispasmodiche, neurosedative e analgesiche. Diversamente quest’erba è un potente veleno che provoca gradatamente diminuzione delle sensibilità e della motilità, paralisi dei muscoli volontari e infine morte per blocco respiratorio.
La cicuta minore (Aethusa cynapium) o cicuta aglina, alta 30-80 cm., si confonde con il prezzemolo selvatico o il cerfoglio e non si differenzia particolarmente dalla precedente se non per l’intenso odore di aglio. La sostanza velenosa è la cinapina che al pari della coniina determina un quadro tossico caratterizzato da nausea, vomito, rallentamento della frequenza cardiaca e progressiva paralisi muscolare che conduce ad arresto cardiaco.
La cicuta acquatica (Cicuta virosa): cresce negli habitat umidi, come fosse di drenaggio o paludi. Ha foglie composte, piccoli fiori bianchi o verdi, tuberi grandi, radici cave. Può raggiungere un’altezza di 2,5 metri. La sostanza tossica è la cicutossina che determina precoce comparsa di vomito e diarrea; quindi, dopo circa una-due ore compaiono le convulsioni.
Occorre fare attenzione all’assunzione di piccoli uccelli (allodole, tordi, quaglie o coturnici – da qui il termine coturnismo – ) cacciati in primavera. I volatili sono resistenti agli effetti della cicuta ed in primavera si nutrono dei germogli che appena spuntati sono inodori.

(Fonti: Enciclopedia Erbe e salute . Ed Rossi – Bulgarelli G., Flamigni S., 2014 – Le piante tossiche e velenose. Hoepli Editore, Milano)

La magia delle lucciole

Le lucciole in Italia sono sempre più rare ma esistono ancora molte zone in cui è possibile ammirarle nelle notti d’estate. Uno di questi luoghi è vicino a noi, nel Parco Naturale della Cervelletta. La visita notturna organizzata dall’Associazione è fonte di tante scoperte e sensazioni ma è anche un modo per avvicinare il pubblico ad organismi che svolgono il ruolo di indicatori ecologici, tra i quali, senza dubbio, le lucciole.
Le lucciole svolgono un ruolo ecologicamente significativo negli ecosistemi in cui vivono. Le larve di lucciole sono predatrici e si nutrono di lumache, chiocciole, anellidi e altri piccoli invertebrati. Questo aiuta a mantenere sotto controllo le suddette popolazioni di invertebrati.
Le lucciole sono dei piccoli coleotteri appartenenti alla famiglia dei Lampiridi con oltre 2000 specie nel mondo e 22 in Italia, (Luciola italica tra le specie più comuni).
Maschio e la femmina presentano grandi differenze tra loro: il maschio è dotato di ali forti e spesse ed è di colore bruno-giallastro, mentre la femmina rimane tutta la vita a uno stato larvale, con ali piccole e deboli che non le permettono di volare ed è di colore bruno-rosato.
Usano la luce per la comunicazione sessuale: il maschio vola emettendo una luce intermittente, per attirare le femmine con il loro bagliore, mentre la femmina rimane ferma tra la vegetazione e si illumina di luce fissa in attesa che il maschio la noti. Ogni specie ha un proprio codice di luminosità e intermittenza. Brillano di luce propria grazie ad una reazione chimica: in organi dell’addome una molecola chiamata luciferina in presenza di ossigeno e di un enzima detto luciferasi, si trasforma emettendo luce. Le lucciole usano la bioluminescenza pure per farsi riconoscere dai predatori quando sono ancora larve.

Preziose sentinelle della qualità dell’ambiente, ispiratrici di emozioni, malgrado la loro magia e il loro rito di accoppiamento che si dipana nel buio, le lucciole sono un mondo affascinante, ma poco conosciuto. Nel corso degli ultimi decenni, infatti, questi piccoli animali hanno sofferto l’impatto di fattori come inquinamento luminoso, agricoltura intensiva, urbanizzazione del territorio, utilizzo di insetticidi. Tanti scienziati e scrittori ne hanno lanciato l’allarme, a partire da Rachel Carson nel 1962 e da Pier Paolo Pasolini nel 1975.
Intorno al suggestivo spettacolo delle loro luci sono nate leggende, miti e usanze. Essendo un animale legato alla vita notturna, la lucciola viene ritenuta un messaggero tra il mondo reale e il mondo dei sogni. Secondo la tradizione è capace di portare in superficie le questioni celate nell’inconscio. Rappresenta l’intuizione, la creatività, la leggerezza e la sincerità.
Simbolo di luce interiore, insegna ad “illuminarsi” sintonizzandosi sull’alta frequenza del cuore, dove regna l’amore per se stessi e per gli altri.

(Fabrizio Fanti, “Guida delle lucciole d’Italia – Lampyridae” – Focus 346, agosto 2021 dedicato alle lucciole).

Il canto d’amore dell’assiolo

La nostra Associazione organizza visite guidate notturne nel Parco Naturale della Cervelletta, durante le quali possiamo apprezzare aspetti inediti quando, dopo il tramonto tutto si quieta e al comparire delle stelle il parco si anima di nuova vita con il frinire dei grilli, il bagliore delle lucciole, lo strusciare di qualche animale nascosto. Ma ad un certo punto, più si fa buio e ci inoltriamo lungo i sentieri, si alza un richiamo penetrante e ipnotico: è l’assiolo, che con cadenza fischia come fosse un allarme inceppato il suo richiamo d’amore “Chiù”, a cui deve il nome popolare. Ha la voce potente che si può sentire in lontananza in un instancabile “chiù, chiù”, melanconico, ritmato, che si interrompe solo a piccoli intervalli di 1 o 2 secondi. E’ l’anima delle notti d’estate, la colonna sonora del buio insieme alla luna, in attesa di una risposta che spesso si può ascoltare in un duetto tra maschio e femmina, coppia che si forma per la vita.

L’assiolo è il più piccolo tra gli strigiformi – misura poco più di 18 cm. – trascorre la bella stagione nei parchi, nei giardini, in zone alberate in prossimità delle abitazioni umane, zone aperte per nidificare e covare, poi in inverno emigra in Africa.
Il suo piumaggio è sofficissimo, va dal rossiccio al grigio ed è capace di mimetizzarsi con i tronchi degli alberi dove si nasconde nelle cavità. Si ciba principalmente di grossi insetti e di altri piccoli animali (cavallette, cicale, topi…).
Il “chiù” dell’assiolo, ha assunto una sua dignità poetica con il Pascoli delle Myricae: nella lirica “L’assiuolo”, prima è “una voce”, poi un “singulto”, infine un “pianto di morte”.
Come tutti i rapaci notturni, cui è legata l’idea della morte (gufi, civette, allocchi) viene annoverato tra gli uccelli portatori di sventura. I grandi occhi gialli cerchiati e lo sguardo fisso e magnetico ipnotizzano chi lo scorge ma, al di là delle credenze popolari, il suo è principalmente un canto d’amore, sentinella notturna che scompare con la luce dell’alba che avanza a nuova vita.

Il farfaraccio

È noto che la conservazione della biodiversità è fondamentale non solo per il suo valore intrinseco ma anche perché assicura ad esempio aria pulita, acqua dolce, suolo di buona qualità e impollinazione delle colture. Ci aiuta a combattere i cambiamenti climatici e ad adattarci a essi, oltre a contribuire a ridurre l’impatto dei pericoli naturali. Il suo declino ha quindi conseguenze fondamentali per la società, l’economia e la salute umana.

La Cervelletta è un’area molto ricca di biodiversità, in particolare per la presenza di aree umide e paludi che richiamano la presenza di numerosi uccelli acquatici. Sono presenti anche alcuni mammiferi, oltre a numerose specie botaniche che a loro volta richiamano una moltitudine di insetti.

Durante le visite guidate organizzate dall’Associazione, partendo da Via Cingolani, possiamo incontrare e riconoscere le varie specie botaniche. Una delle prime piante che incontriamo all’inizio del percorso è il farfaraccio.

Il Farfaraccio il cui nome scientifico è Petasites hybridus L., è un genere di piante angiosperme dicotiledoni della famiglia delle Asteraceae. All’interno della famiglia delle Asteraceae i “Farfaracci”, tradizionalmente, fanno parte della sottofamiglia delle Tubiflore.

Il nome petasites si deve al botanico greco Dioscoride Pedanio (Anazarbe in Cilicia, 40 circa – 90 circa) con riferimento alle grandi foglie simili al petàsos, un cappello a grandi falde usato dai contadini e viaggiatori del suo tempo in quanto pensato per fornire protezione sia contro il sole che contro la pioggia.

Farfaraccio è il nome comune che deriva dal latino farfaro e si riferisce a qualcosa che porta farina. La parte inferiore della foglia è infatti lanuginosa, come fosse cosparsa di farina.

Le foglie, grandi e resistenti, venivano usate dagli antichi romani per incartare il burro.

Le specie del genere  petasites sono varie: hybridus, albus, paradoxus, pyreanicus.

Ha portamento eretto, con fusto cavo e caratterizzato da scaglie. Può raggiungere 1 m di altezza.

Le foglie sono verdastre, nella parte inferiore lanuginose. Di forma ovato-cordata e con il margine irregolarmente dentato. Il loro sviluppo avviene dopo la fioritura.

I fiori di colore rosa sono riuniti in spighe. Fioriscono in primavera.

Tra le proprietà medicinali ascrivibili alla farfara ricordiamo quelle antitussive, espettoranti, fluidificanti bronchiali e blandamente spasmolitiche.

Fino alla fine del secolo scorso, gli infusi e gli estratti di farfara erano utilizzati come rimedio mucolitico e sedativo della tosse, per curare l’asma e la rinite allergica. La farfara  non è più utilizzata a scopo medicinale poiché contiene alcaloidi pirolizidinici (senkirkina, tussilagina, senecionina) epatotossici nell’uomo e nel bestiame.

(European Environment Agency – Enciclopedia Botanica, Motta Editore 1960- Strasburger E, Trattato di Botanica. Volume secondo, Roma, Antonio Delfino Editore, 2007 – Sandro Pignatti, Flora d’Italia., Bologna, Edagricole, 1982).